Il Lido di Salorno, struttura natatatoria pubblica in provincia di Bolzano, ha riservato una fascia oraria serale esclusivamente alle donne islamiche: un’ora alla settimana, fuori dagli orari ordinari di apertura, con possibilità di indossare il burkini. L’iniziativa, avviata il 27 luglio 2026 in accordo con l’associazione Armonia, ha acceso un dibattito che attraversa il tema della piscina donne islamiche in Alto Adige ben oltre i confini locali, toccando questioni di integrazione, laicità e gestione degli spazi collettivi in una provincia storicamente abituata alla convivenza di culture diverse.
Come funziona la fascia oraria riservata al Lido di Salorno
La sessione è fissata dalle 18:30 alle 19:30, collocata cioè dopo la chiusura ordinaria della piscina. In quell’ora lo spazio è accessibile soltanto alle donne che aderiscono all’iniziativa, con la possibilità esplicita di nuotare indossando il burkini, il costume da bagno coprente adottato da molte donne musulmane osservanti. La cadenza è settimanale. Il progetto è stato costruito in partnership con l’associazione Armonia, che opera sul territorio come punto di riferimento per la comunità di fede islamica.
La scelta di collocare la sessione dopo l’orario di chiusura ordinaria non è un dettaglio secondario: significa che la piscina non sottrae spazio agli altri utenti durante le ore di normale fruizione pubblica. Dal punto di vista operativo, si tratta di un prolungamento d’uso della struttura, non di una sottrazione di tempo agli altri frequentatori. Questo elemento è rilevante per valutare le critiche che si sono levate nei giorni successivi all’annuncio.
La reazione della Lega e le accuse di segregazione
La risposta politica più netta è arrivata dalla Lega, che ha definito l’iniziativa “assurda”. La deputata europea Silvia Sardone ha inquadrato la misura non come un atto di inclusione, ma come una forma di segregazione: secondo Sardone, riservare uno spazio pubblico a un gruppo religioso specifico va nella direzione opposta all’integrazione, separando invece di unire.
L’argomento della segregazione è uno dei più ricorrenti nel dibattito pubblico su questo tipo di iniziative. Chi lo sostiene parte dalla premessa che gli spazi pubblici debbano essere neutri e indifferenziati, e che qualsiasi forma di riserva esclusiva — anche se temporanea e marginale — produca divisione piuttosto che coesione. Chi difende la misura, invece, sostiene che l’accesso effettivo a uno spazio pubblico richiede talvolta condizioni specifiche: se una donna non può nuotare in presenza di uomini per ragioni religiose, escluderla dalla piscina non è neutralità, è esclusione.
Il nodo è politicamente sensibile in tutta Italia, ma assume una dimensione particolare in Alto Adige-Südtirol, provincia che gestisce da decenni la convivenza tra comunità di lingua tedesca, italiana e ladina, e che negli ultimi anni ha visto crescere anche la presenza di comunità di origine straniera, incluse quelle di fede islamica.
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Il contesto altoatesino: una provincia abituata alla convivenza, non alla semplificazione
La provincia di Bolzano è un territorio dove la pluralità linguistica è norma costituzionale e dove la tutela delle minoranze ha radici profonde nell’ordinamento autonomistico. Questo non significa che ogni forma di pluralismo sia accettata senza frizioni — la storia locale mostra il contrario — ma offre un contesto in cui il tema della gestione differenziata degli spazi pubblici non è del tutto nuovo.
La questione della piscina donne islamiche in Alto Adige si inserisce in un dibattito che in Europa riguarda molte realtà urbane e periurbane con popolazioni multiculturali. Paesi come la Germania, l’Austria e i Paesi Bassi hanno già affrontato casi analoghi, con esiti diversi a seconda del quadro normativo locale e dell’orientamento politico delle amministrazioni. In alcuni Comuni tedeschi, sessioni riservate a donne — indipendentemente dalla religione — esistono da anni senza generare particolari controversie. In altri contesti, la stessa misura è stata bloccata o contestata in sede giudiziaria.
In Italia il tema è meno consolidato sul piano normativo, e ogni iniziativa locale tende a diventare un caso nazionale, amplificato dai social media e dalla polarizzazione politica. Il Lido di Salorno non fa eccezione: l’annuncio ha circolato rapidamente fuori dalla provincia di Bolzano, trasformando una decisione gestionale locale in un simbolo del dibattito sull’islam e sull’integrazione nel paese.
Inclusione o discriminazione al contrario: i termini del confronto
Il dibattito sulla piscina donne islamiche in Alto Adige ruota attorno a due letture opposte della stessa misura. La prima la interpreta come uno strumento di inclusione pratica: abbassare le barriere di accesso a una struttura pubblica per un gruppo che, in assenza di quella fascia oraria, ne sarebbe di fatto escluso. La seconda la legge come una forma di discriminazione al contrario, che privilegia un gruppo religioso specifico a scapito del principio di universalità degli spazi pubblici.
Entrambe le posizioni hanno una coerenza interna. Il problema è che spesso il dibattito pubblico non distingue tra le due domande che andrebbero tenute separate: è legittimo riservare temporaneamente uno spazio pubblico a un gruppo specifico? e farlo su base religiosa introduce una discriminazione? Rispondere alla prima non risolve automaticamente la seconda, e viceversa.
Quello che emerge con chiarezza dal caso di Salorno è che le comunità locali — in Alto Adige come altrove — si trovano a dover gestire richieste di accesso differenziato che le normative nazionali non disciplinano in modo univoco, lasciando alle singole amministrazioni un margine di discrezionalità che inevitabilmente genera conflitto politico. La sessione settimanale al Lido di Salorno, un’ora dopo la chiusura ordinaria, è diventata così il punto di convergenza di tensioni che vanno ben oltre la piscina e la comunità di un piccolo comune altoatesino.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








