Un nuovo studio pubblicato su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) disegna un quadro allarmante per il futuro degli impollinatori selvatici: il declino delle api selvatiche in Europa, documentato su oltre un secolo di osservazioni, riguarda la maggioranza delle specie presenti nel continente e coinvolge anche i sirfidi, un gruppo di insetti impollinatori spesso meno conosciuto ma ecologicamente cruciale. Per chi vive e lavora in aree alpine come il Trentino-Alto Adige, dove la biodiversità degli impollinatori è strettamente legata alla salute dei pascoli, delle malghe e delle colture frutticole, i dati meritano attenzione.
Oltre cent’anni di dati, una tendenza inequivocabile
La ricerca, guidata dall’ecologo Carlos Martínez-Núñez, ha analizzato osservazioni sugli insetti impollinatori che coprono un arco temporale eccezionale: dal 1921 a oggi, più di un secolo di monitoraggio. Si tratta di uno dei dataset storici più estesi mai utilizzati per studiare il fenomeno del declino delle api selvatiche in Europa, e i risultati sono stati pubblicati nell’ottobre 2026.
Il quadro che emerge è chiaro: la maggioranza delle specie di api selvatiche presenti in Europa ha subito un calo nel corso degli ultimi cento anni. Non si tratta di fluttuazioni stagionali o di variazioni locali, ma di una tendenza strutturale che attraversa generazioni di insetti e decenni di trasformazioni del paesaggio. Le popolazioni di api selvatiche nel continente si sono ridotte in media di circa un terzo nell’arco dell’ultimo secolo.
Anche i sirfidi — le mosche dal caratteristico aspetto che mimano le api e svolgono un ruolo fondamentale nell’impollinazione — non sono esenti: la metà delle specie di sirfidi ha registrato un declino. Un dato che amplia la portata del problema ben oltre il solo mondo delle api, coinvolgendo l’intero comparto degli impollinatori selvatici europei.
Perché il declino delle api selvatiche in Europa riguarda anche le Alpi
Il contesto alpino non è uno spazio separato dal resto d’Europa: è uno dei territori in cui la presenza di impollinatori selvatici ha un impatto diretto e misurabile sull’economia locale e sulla conservazione degli habitat. In Trentino-Alto Adige, la frutticoltura — in particolare la produzione di mele nella Val di Non e nella Val Venosta — dipende in misura significativa dall’attività degli impollinatori. Lo stesso vale per i prati da fieno di montagna, per la produzione di miele di qualità e per la conservazione delle specie vegetali tipiche delle quote più elevate.
La perdita di biodiversità tra gli impollinatori non è un fenomeno astratto: si traduce in una riduzione della capacità di impollinazione naturale, con conseguenze potenziali sulla resa delle colture, sulla diversità floristica e sull’equilibrio degli ecosistemi montani. Le reti di riserve naturali, come quella delle Alpi Ledrensi in provincia di Trento, rappresentano in questo senso degli osservatori privilegiati, dove il monitoraggio della fauna invertebrata può contribuire a misurare l’andamento locale di tendenze documentate a scala continentale.
Un dataset storico come strumento scientifico
Uno degli elementi più significativi del lavoro di Martínez-Núñez e del suo gruppo di ricerca è proprio la scelta metodologica: anziché basarsi su osservazioni recenti o su modelli predittivi, lo studio ha costruito le proprie conclusioni su dati raccolti nell’arco di oltre cent’anni. Questo approccio permette di distinguere le tendenze di lungo periodo dalle variazioni congiunturali, offrendo una base molto più solida per valutare la reale entità del fenomeno.
La pubblicazione su PNAS, una delle riviste scientifiche peer-reviewed più autorevoli al mondo, conferisce al lavoro un peso specifico elevato nel dibattito scientifico internazionale. I dati non sono stime o proiezioni: sono il risultato di un’analisi sistematica di osservazioni storiche su insetti impollinatori in tutta Europa.
Questo tipo di ricerca ha anche un valore pratico immediato: fornisce alle istituzioni, agli enti di gestione delle aree protette e ai decisori politici un riferimento quantitativo per calibrare le politiche di conservazione. In un territorio come il Trentino-Alto Adige, dove la Proceedings of the National Academy of Sciences pubblica dati che toccano direttamente la gestione degli habitat alpini, il confronto tra dati europei e monitoraggi locali diventa uno strumento di lavoro concreto.
Impollinatori selvatici e agricoltura di montagna: un legame da non sottovalutare
Le api selvatiche non producono miele commerciale, ma svolgono un servizio ecosistemico che vale miliardi di euro a scala continentale. A differenza delle api domestiche (Apis mellifera), le specie selvatiche — bombi, osmie, andrene, e molte altre — sono spesso più efficienti nell’impollinazione di alcune piante specifiche e operano in condizioni climatiche in cui le api domestiche sono meno attive, come le quote elevate o le prime settimane di primavera.
In un sistema agricolo e naturale come quello alpino, dove la stagione vegetativa è breve e le fioriture si concentrano in poche settimane, la presenza di una comunità diversificata di impollinatori selvatici è particolarmente preziosa. La riduzione di circa un terzo delle popolazioni documentata dallo studio di Martínez-Núñez non è un dato che riguarda solo le pianure o i paesi con agricoltura intensiva: è una tendenza che si riflette anche sugli ecosistemi montani, dove la pressione antropica si somma ai cambiamenti climatici e alla trasformazione degli habitat.
Il fatto che metà delle specie di sirfidi abbia seguito la stessa traiettoria discendente delle api selvatiche è un ulteriore segnale che il problema non riguarda un singolo gruppo tassonomico, ma un’intera funzione ecologica: quella dell’impollinazione naturale, che sostiene la riproduzione di una quota rilevante delle piante selvatiche e coltivate europee. Comprendere la portata di questo cambiamento, a partire da studi come questo, è il primo passo per costruire risposte adeguate a livello locale, prima che il margine di intervento si riduca ulteriormente.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








