L’accesso al lavoro dopo il pensionamento é una questione cruciale per molti italiani con un sostegno insufficiente per coprire le spese.
Negli ultimi anni, la normativa italiana ha subito diverse evoluzioni, in particolare per quanto riguarda il cumulo tra pensione e reddito da lavoro, con regole che variano a seconda del tipo di pensione percepita. È fondamentale, quindi, comprendere i limiti e le opportunità prima di sottoscrivere un nuovo contratto di lavoro o avviare un’attività autonoma.
Dal 2009, con il Decreto Legge n. 112/2008, il divieto di cumulo tra pensione di vecchiaia e redditi da lavoro è stato completamente abolito. Questo significa che chi percepisce la pensione di vecchiaia – al momento fissata a 67 anni con almeno 20 anni di contributi, requisito confermato anche per il 2026 – può lavorare liberamente senza alcuna limitazione. L’assegno previdenziale non viene sospeso né ridotto, indipendentemente dal tipo di contratto: tempo indeterminato, determinato, part-time o lavoro autonomo con partita IVA. Il reddito da lavoro, però, si somma a quello pensionistico ai fini Irpef, con imposte calcolate in base all’aliquota complessiva.
Anche per chi ha maturato la pensione anticipata ordinaria, con almeno 42 anni e 10 mesi di contributi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, il cumulo è consentito senza restrizioni né comunicazioni particolari all’INPS.
Tuttavia, la situazione cambia radicalmente per chi usufruisce di pensioni anticipate speciali, come l’Ape Sociale, la Quota 103 o la pensione anticipata precoce. Per queste categorie, infatti, il divieto di cumulo con redditi da lavoro scatta fino al raggiungimento dell’età di 67 anni.
Limiti rigidi per le pensioni anticipate speciali e conseguenze del cumulo vietato
L’articolo 14, comma 3, del Decreto Legge n. 4/2019 stabilisce che coloro che percepiscono pensioni anticipate speciali non possono cumulare l’assegno con redditi da lavoro dipendente o autonomo fino al compimento della pensione di vecchiaia. Nel dettaglio:
- Quota 103: consente di andare in pensione a 62 anni con 41 anni di contributi, ma vieta qualsiasi attività lavorativa fino a 67 anni. È ammesso solo il lavoro autonomo occasionale entro un limite di 5.000 euro lordi annui, superato il quale l’INPS sospende l’erogazione della pensione.
- Pensionati anticipati precoci: con almeno 41 anni di contributi e almeno 12 mesi di attività lavorativa prima dei 19 anni, non possono lavorare fino a 67 anni senza eccezioni, nemmeno per il lavoro occasionale.
- Ape Sociale: riservata a lavoratori in condizioni particolari e con almeno 63 anni e 5 mesi di età, prevede l’impossibilità di cumulare redditi da lavoro con la pensione fino a 67 anni, salvo il lavoro autonomo occasionale entro i 5.000 euro lordi annui. Per i beneficiari certificati prima del 2024, rimangono in vigore limiti più elevati: 8.000 euro per lavoro dipendente e 4.800 euro per lavoro autonomo.
Nel caso di violazione di questi limiti, l’INPS sospende l’erogazione della pensione per l’anno in cui si producono i redditi non consentiti, e può procedere al recupero delle somme indebitamente percepite.

Tassazione e contributi: cosa cambia se si lavora dopo la pensione- reteriservealpiledrensi.tn.it
Riprendere un’attività lavorativa dopo il pensionamento comporta anche l’obbligo di versare nuovamente i contributi previdenziali, con modalità che variano in base alla natura del rapporto di lavoro:
- I lavoratori dipendenti versano il 9,19% dello stipendio a proprio carico, mentre il datore di lavoro contribuisce per la parte restante.
- I lavoratori autonomi con partita IVA sono interamente responsabili del versamento dei contributi presso la propria cassa previdenziale.
Questi nuovi versamenti non sono persi, ma danno diritto a un supplemento di pensione, calcolato dopo almeno cinque anni dalla decorrenza originaria o dall’ultimo supplemento. L’aumento, basato sui contributi versati nel quinquennio, è definitivo.
Diritto di precedenza nelle nuove assunzioni e tutela dei lavoratori
Parallelamente alle normative pensionistiche, è importante considerare anche la tutela dei lavoratori che desiderano rientrare nel mercato del lavoro. L’articolo 24 del D.Lgs. 81/2015 sancisce il diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato per chi ha svolto precedenti contratti a termine o stagionali, a condizione di aver lavorato almeno sei mesi con lo stesso datore di lavoro.
Per esercitare questo diritto, il lavoratore deve manifestare l’intenzione entro sei mesi dalla cessazione del rapporto (tre mesi per i lavoratori stagionali). Il datore di lavoro è tenuto a rispettare tale priorità e a informare i lavoratori dei loro diritti, con sanzioni previste in caso di inosservanza, tra cui risarcimenti e possibile conversione del contratto a tempo indeterminato.
Cumulo pensione e lavoro: cosa prevede la normativa aggiornata- reteriservealpiledrensi.tn.it






