Lifestyle

Ho lavorato in un call center: vi spiego perché dire ‘no’ non serve a nulla per frenare le telefonate moleste (e cosa fare invece)

Le telefonate moleste possono continuareLe telefonate moleste possono continuare anche dopo un semplice rifiuto - reteriservealpiledrensi

Dietro le chiamate insistenti c’è un sistema organizzato che pochi conoscono davvero: ecco perché rifiutare non basta e quali strumenti usare per tutelarsi.

Le telefonate moleste sono diventate parte della quotidianità di milioni di utenti: squillano a qualsiasi ora, spesso da numeri sconosciuti o apparentemente locali. Dall’altra parte, un operatore propone contratti energetici, offerte telefoniche o improbabili investimenti. Molti reagiscono con un secco “non mi interessa”, convinti che basti a chiudere la questione.

La realtà, però, è più complessa. Chi ha lavorato in un call center conosce bene le logiche che regolano queste campagne commerciali: il rifiuto non sempre comporta la cancellazione del numero dalle liste. Anzi, in alcuni casi può confermare che l’utenza è attiva e raggiungibile. Per comprendere come difendersi davvero dalle telefonate moleste occorre prima capire come funzionano i meccanismi che le generano.

Perché il “no” non blocca le chiamate

I call center utilizzano spesso software automatici, detti “dialer”, che compongono in sequenza migliaia di numeri. Quando qualcuno risponde, la chiamata viene indirizzata a un operatore disponibile. Se non si risponde, il numero può rimanere classificato come “potenzialmente valido” e quindi essere ricontattato.

fermare le telefonate moleste

Per fermare le telefonate moleste serve una richiesta formale di cancellazione – reteriservealpiledrensi

Anche il semplice rifiuto non equivale, di per sé, a una richiesta di cancellazione. Per l’azienda, quella risposta è solo un esito negativo della proposta commerciale, non un’opposizione formale al trattamento dei dati. Inoltre, alcune pratiche rendono più difficile difendersi: lo “spoofing”, ad esempio, consente di far apparire sul display un numero diverso da quello reale, spesso con prefisso locale, aumentando le probabilità che l’utente risponda.

Esiste però una strategia più efficace del semplice “no”. La prima regola è rispondere e chiedere espressamente la rimozione del proprio numero dalle banche dati per finalità di marketing. Questa richiesta, se formulata in modo chiaro, obbliga l’azienda a registrare l’opposizione, in base alla normativa sulla protezione dei dati personali.

È importante mantenere un tono corretto: l’operatore che chiama non decide le politiche aziendali e non è responsabile della campagna. Una comunicazione civile può facilitare l’annotazione della richiesta nei sistemi interni. Fondamentale anche non fornire informazioni personali aggiuntive. Nessun dato anagrafico, codice fiscale o conferma di dettagli sensibili deve essere comunicato al telefono, soprattutto se non si è certi dell’identità dell’interlocutore.

In Italia, il principale strumento di difesa è il Registro Pubblico delle Opposizioni, che consente di iscrivere gratuitamente il proprio numero per impedire l’utilizzo a fini promozionali. Dopo l’iscrizione, le aziende devono consultare il registro e cancellare le numerazioni presenti prima di avviare nuove campagne.

Oltre a questo, molti smartphone integrano sistemi di identificazione delle chiamate sospette. Esistono anche applicazioni dedicate, come Truecaller, che segnalano numeri già segnalati da altri utenti. Sono strumenti utili, ma non risolutivi: il blocco manuale di un numero non impedisce che si venga contattati da altre numerazioni collegate alla stessa società. Un ulteriore profilo di attenzione riguarda le frodi telefoniche. Alcune chiamate non hanno finalità commerciali lecite, ma puntano a carpire dati o denaro, promettendo premi inesistenti o offerte di lavoro fasulle. In questi casi, l’unica condotta corretta è interrompere la conversazione e non richiamare numeri sospetti

Change privacy settings
×