C’è un punto preciso, lungo questo trekking, in cui il paesaggio cambia senza avvisare e ti ritrovi a camminare dentro qualcosa che somiglia più alla Luna che alle Dolomiti.
Fino a poco prima sei immerso nel verde pieno della Vallunga, tra boschi e pascoli, poi la scena si svuota, si fa chiara, quasi abbagliante, e resta solo la roccia, il vento e una sensazione difficile da spiegare. Il percorso che porta al Rifugio Puez non è solo una salita di quota, è un cambio netto di ambiente, di ritmo, di percezione.
Un percorso che cambia volto chilometro dopo chilometro
Si parte da Selva di Val Gardena, all’ingresso della Vallunga, e per un po’ sembra una passeggiata. Il sentiero è largo, quasi comodo, attraversa boschi di larici e radure aperte dove lo sguardo si allarga senza fatica. Le pareti del Gruppo del Cir e del Monte Stevia ti accompagnano ai lati, come se chiudessero la valle in una forma precisa, quasi geometrica.
In questo primo tratto si cammina senza pensarci troppo. Il terreno è regolare, il dislivello quasi non si sente. Si passa accanto alla Cappella di San Silvestro, poi si prosegue fino a Pra da Ri, dove qualcosa cambia davvero. Il rumore si abbassa, la valle si apre e il sentiero smette di essere una semplice traccia facile.
La salita vera: quando il ritmo cambia
Da qui inizia la parte più fisica. Il sentiero 14 prende quota con decisione, disegna curve strette sul versante e costringe a trovare un passo regolare. Non è tecnico, non è esposto, ma è lungo e si fa sentire. Il fiato cambia, le pause diventano necessarie.
Guardando indietro, però, la Vallunga si mostra in tutta la sua forma glaciale. È uno di quei momenti in cui ti fermi più per guardare che per riposarti. Intanto la vegetazione si ritira lentamente: prima spariscono gli alberi alti, poi restano solo i pini mughi, infine quasi nulla. La roccia prende spazio, e lo fa senza gradualità.
L’altopiano del Puez: il paesaggio che spiazza
Superata la parte più ripida, il passaggio è netto. Non c’è una vera transizione. Ti ritrovi dentro l’altopiano del Puez e cambia tutto. Il colore dominante diventa il grigio chiaro, a tratti bianco, e il terreno si fa più duro, più asciutto, quasi ostile.
È qui che il trekking prende un’altra dimensione. Il silenzio è diverso, più pieno. Il terreno è carsico, scavato, irregolare. Si cammina su quello che, milioni di anni fa, era un fondale marino. La sensazione è strana, perché manca qualsiasi riferimento familiare: pochi alberi, poche ombre, solo spazio aperto e orizzonti larghi.
Il Parco Naturale Puez-Odle, riconosciuto dall’UNESCO, si capisce davvero in questo tratto. Non serve leggerlo su una guida, lo vedi sotto i piedi. Strati di roccia, cambi di colore, superfici consumate dal tempo.
L’arrivo al Rifugio Puez e quello che resta
Il Rifugio Puez appare da lontano, quasi all’improvviso, come un punto fermo in mezzo a un paesaggio che non offre molto altro. Arrivarci non dà la sensazione classica di “meta raggiunta”. È più una pausa dentro qualcosa che continua.
Da qui la vista si apre su Sassolungo, Gruppo del Sella e le cime della Val Badia. È un panorama largo, ma non è quello che resta davvero. Rimane piuttosto il contrasto vissuto lungo il percorso, quel passaggio netto tra ambienti così diversi nello spazio di poche ore.
Il ritorno può seguire la stessa via oppure allungarsi verso la Val Chedul, ma cambia poco nella sostanza. Quello che resta addosso è la sensazione di aver attraversato due mondi senza soluzione di continuità, come se la montagna avesse deciso di cambiare forma proprio mentre ci stavi dentro.








