Tari e casa disabitata nel 2026: quando la tassa è dovuta, quando si può evitare e cosa valutano davvero i Comuni
Possedere una casa disabitata e chiedersi se si debba pagare la Tari è una domanda che torna puntuale, soprattutto quando l’immobile resta chiuso per mesi e non produce rifiuti. La logica sembrerebbe semplice, lo sappiamo: niente utilizzo, niente rifiuti, niente tassa. Eppure il sistema fiscale italiano segue un criterio diverso, basato non sull’uso reale ma sulla potenziale produzione di rifiuti. È qui che nascono dubbi, errori e richieste di chiarimento ai Comuni, spesso respinte perché fondate su presupposti sbagliati. Capire la differenza tra casa disabitata e casa inutilizzabile diventa quindi decisivo.
Quando una casa disabitata continua a pagare la Tari anche se nessuno ci vive
La regola generale è chiara e non lascia molto spazio a interpretazioni. La Tari è dovuta da chiunque possieda o detenga un immobile suscettibile di produrre rifiuti, a prescindere dal fatto che venga effettivamente utilizzato. Questo principio è stato ribadito più volte anche dalla Corte di Cassazione, con sentenze come la 21703 del 2022 e la 9872 del 2023. In quei pronunciamenti i giudici hanno chiarito che ciò che conta non è l’uso concreto dell’immobile, ma la sua idoneità all’uso abitativo.
Tradotto in termini pratici: una casa può essere vuota, non locata, non abitata da mesi, eppure restare soggetta alla Tari se conserva le caratteristiche che la rendono abitabile. Se l’immobile è arredato con elementi essenziali come letto, tavolo o sedie, oppure se risulta attiva anche una sola utenza domestica tra luce, gas o acqua, il Comune può legittimamente considerarlo in grado di produrre rifiuti. In questi casi la tassa resta dovuta, senza eccezioni.

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Questo approccio ha una logica amministrativa precisa. I Comuni finanziano il servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti sulla base di una platea potenziale di utenti, non sul comportamento individuale. Una casa pronta all’uso, anche se chiusa, rientra in quel perimetro. Ecco perché dire “non ci vive nessuno” non basta, e non ha mai bastato, per ottenere l’esenzione.
Quando la Tari non si paga: casa inutilizzabile, inagibile o senza requisiti minimi
Il discorso cambia in modo netto quando l’immobile non è utilizzabile, non solo non utilizzato. La distinzione è sottile ma fondamentale. Una casa inutilizzabile è quella che non può essere abitata nemmeno volendo, perché priva dei requisiti minimi. In questi casi la Tari non è dovuta, a condizione che la situazione sia reale e documentabile.
Per essere considerata inutilizzabile, l’abitazione deve mancare di tutte le utenze domestiche. Non basta l’assenza del gas se restano luce o acqua attive. Devono risultare scollegati luce, gas e acqua. Allo stesso tempo l’immobile non deve essere arredato in modo funzionale alla vita quotidiana. Qualche mobile isolato può esserci, ma devono mancare gli arredi essenziali che rendono possibile l’abitazione.
Rientrano in questa categoria anche le case da ristrutturare, acquistate o ereditate, se risultano vuote e senza allacci. Lo stesso vale per gli immobili inagibili, fatiscenti, pericolanti o classificabili come ruderi. In questi casi l’assenza di collegamenti alla rete idrica, elettrica o fognaria rappresenta già un elemento oggettivo di non abitabilità. Qui la Tari non trova applicazione perché manca il presupposto stesso della tassa, cioè la possibilità di produrre rifiuti.
Un passaggio importante riguarda le seconde case utilizzate solo per brevi periodi dell’anno, come le abitazioni al mare o in montagna. In questi casi la Tari resta dovuta, ma può essere ridotta. La legge 147 del 2013, all’articolo 1 comma 659, consente ai Comuni di prevedere agevolazioni per le abitazioni a uso stagionale o discontinuo. Le riduzioni, spesso intorno al 30 per cento, non sono automatiche e dipendono dalle delibere comunali. Serve verificare caso per caso.
Un possibile cambio di scenario arriva dal decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 12 novembre 2025. Il testo riguarda l’Imu, ma introduce un principio nuovo: lascia ai Comuni la possibilità di ridurre il carico fiscale sulle seconde case non affittate, soprattutto quelle a uso turistico. Anche se la Tari non è citata direttamente, i Comuni possono estendere questo orientamento anche alla tassa sui rifiuti, riconoscendo che un immobile usato poche settimane l’anno incide meno sui servizi.
Resta però un punto fermo. La decisione finale spetta sempre ai Comuni, che possono scegliere se applicare riduzioni oppure no. Ed è per questo che, ancora oggi, la Tari su una casa disabitata si paga quasi sempre, tranne nei casi di reale inutilizzabilità o di agevolazioni locali ben definite.
Tari 2026: Il trucco legale per non pagare la spazzatura sulla casa disabitata - reteriservealpiledrensi.tn.it






