News

L’INPS mi ha chiesto indietro i soldi della reversibilità: non avevo fatto questa dichiarazione (sbagliano tutti)

Pensione reversibilitàL’INPS mi ha chiesto indietro i soldi della reversibilità: non avevo fatto questa dichiarazione (sbagliano tutti) - reteriservealpiledrensi.tn.it

Una nuova sentenza fissa un principio vincolante: la revoca delle prestazioni richiede lo stop reale dei pagamenti

La pensione di reversibilità, come le altre prestazioni legate al reddito, non è garantita in modo automatico e permanente. Il diritto va mantenuto nel tempo, e per farlo è necessario che il pensionato comunichi ogni anno i propri redditi aggiornati. In caso contrario, l’INPS può revocare la prestazione e richiedere le somme erogate senza titolo. Ma solo a condizione che prima abbia sospeso realmente il pagamento.

A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 33054/2025, che ha definito in modo chiaro e vincolante i limiti di intervento dell’ente previdenziale. Una comunicazione formale non basta. Serve una sospensione effettiva, tracciabile, con blocco dei bonifici. Altrimenti, il recupero delle somme diventa illegittimo. Il principio si applica a tutte le prestazioni collegate al reddito, non solo alla reversibilità.

La sentenza dopo il caso di una pensionata: comunicazione formale non basta

Il caso nasce da una pensionata che riceveva una pensione di reversibilità. Inps le aveva richiesto il modello RED per dichiarare i redditi dell’anno precedente. In assenza della comunicazione, l’ente aveva inviato un avviso di sospensione, ma non aveva mai interrotto i pagamenti. Qualche anno dopo, ha deciso di revocare la prestazione e di chiedere la restituzione delle somme ricevute.

La pensionata si è opposta, sostenendo di non aver ricevuto alcuna sospensione concreta e di aver trasmesso, in ritardo, i redditi — da cui risultava che non aveva superato le soglie previste dalla legge. Il caso è arrivato fino in Cassazione dopo esiti opposti nei primi due gradi di giudizio.

Pensione reversibilità

La sentenza dopo il caso di una pensionata: comunicazione formale non basta – reteriservealpiledrensi.tn.it

Nel primo grado, il tribunale ha accolto il ricorso, ritenendo illegittima la revoca perché preceduta solo da una comunicazione, non da uno stop reale. In appello, invece, la sentenza è stata ribaltata: secondo i giudici, la pensionata era stata avvisata più volte, e la mancata sospensione non era sufficiente a bloccare l’azione dell’INPS. Da qui, il ricorso finale.

La Cassazione ha ribadito un principio preciso: il termine di 60 giorni per la revoca non può partire senza una sospensione effettiva del pagamento. La norma parla chiaramente di “sospensione della prestazione” e non di avvisi o lettere. Lo stop deve incidere sulla realtà, cioè interrompere il bonifico mensile. Solo in quel momento il pensionato è davvero messo nelle condizioni di reagire e regolarizzare.

Impatto della sentenza: cosa cambia davvero per pensionati e pratiche INPS

La sentenza n. 33054 del 2025 rappresenta una svolta giuridica rilevante. Fissa un punto fermo che riguarda tutti i pensionati titolari di prestazioni legate al reddito. In pratica, l’INPS non può più procedere con la revoca automatica se prima non ha bloccato il pagamento. Non basta un semplice preavviso. Serve un atto concreto, visibile sul conto corrente, che segni l’inizio del termine previsto dalla legge.

Il testo dell’art. 35, comma 10-bis, del decreto-legge 207/2008 è chiaro: se il pensionato dichiara i redditi entro 60 giorni dalla sospensione, la pensione deve essere ripristinata. Ma, ha osservato la Corte, non si può ripristinare qualcosa che non è mai stato sospeso. Anche questo elemento conferma che la sospensione reale è passaggio obbligato, non aggirabile.

Importante anche la riflessione sulla natura sanzionatoria della revoca: la perdita della prestazione non dipende sempre da un reddito troppo alto, ma spesso da una mancata comunicazione. Per questo, la Cassazione ha richiamato la necessità di interpretare le regole in modo restrittivo e letterale, per tutelare il soggetto più debole nel rapporto: il pensionato.

La decisione avrà ricadute pratiche significative. Potranno essere contestati molti provvedimenti di revoca già emessi, se privi di una sospensione effettiva. Basterà dimostrare che il bonifico è stato sempre versato, senza interruzioni. In quel caso, la pretesa di rimborso non ha valore legale.

Il messaggio, in sintesi, è netto: la pensione non può essere revocata con leggerezza. Non è un favore, ma un diritto vincolato a regole procedurali precise. E se l’ente previdenziale non le rispetta tutte, il pensionato non può essere penalizzato.

Change privacy settings
×