Ci sono sentieri che ti restano negli occhi per il panorama, e poi ci sono percorsi come quello del Puez dove il paesaggio cambia all’improvviso e ti costringe a ricalibrare tutto, anche il modo in cui guardi la montagna.
Si parte tra prati e alberi, con quella familiarità tipica delle Dolomiti, poi qualcosa si spezza. Il verde arretra, la roccia prende il sopravvento e il silenzio diventa più netto, quasi fisico. È lì che il trekking verso il Rifugio Puez smette di essere una semplice escursione e si trasforma in un passaggio, lento ma evidente, dentro un ambiente che non assomiglia a nient’altro.
Un percorso che cambia volto chilometro dopo chilometro
La salita parte dalla Vallunga, sopra Selva di Val Gardena, e all’inizio sembra quasi una passeggiata. Il sentiero è largo, regolare, attraversa boschi di larici e radure dove il tempo sembra fermarsi. Le pareti rocciose ai lati stringono la valle come in un corridoio naturale, e la sensazione è quella di essere dentro qualcosa di antico, scavato con calma dai ghiacciai.
Poi, senza grandi annunci, il ritmo cambia. Superata la zona di Pra da Ri, il percorso comincia a salire con decisione. Le serpentine si fanno sentire nelle gambe, il respiro si accorcia e il paesaggio inizia a perdere morbidezza. Gli alberi si diradano, i colori si spengono poco alla volta. Non è un passaggio netto, ma lo percepisci chiaramente.
L’ascesa e la sensazione di isolamento
Durante la salita, quello che colpisce non è solo la fatica, ma il modo in cui cambia la percezione dello spazio. Guardandoti indietro, la Vallunga si allontana e diventa quasi geometrica, perfetta nelle sue linee. Davanti, invece, il terreno si fa più duro, più essenziale.
È una zona dove la montagna sembra togliere il superfluo. Rimane la roccia, il vento, il rumore dei passi. Non c’è molto altro. Ed è proprio questo che rende il trekking diverso rispetto ad altri percorsi dolomitici, spesso più “accoglienti”. Qui si entra in un ambiente che non cerca di piacere, ma semplicemente esiste.
L’altopiano del Puez: quando cambia tutto
Il momento più netto arriva quando si sbuca sull’Altopiano del Puez. È una transizione che sorprende ogni volta. Il verde sparisce quasi del tutto e lascia spazio a un’estensione di pietra chiara, compatta, che riflette la luce in modo quasi abbagliante.
Il paragone con un paesaggio lunare non è forzato. Qui il terreno è uniforme, interrotto solo da rilievi bassi e ondulati. Il silenzio è diverso, più pieno, e anche la percezione delle distanze cambia. Le cime intorno sembrano più lontane, anche quando non lo sono.
Camminare su questo altopiano significa entrare in una dimensione più statica, dove il tempo sembra rallentare. Non c’è la varietà del bosco, né il dinamismo delle valli. C’è una continuità visiva che quasi ipnotizza.
L’arrivo al Rifugio Puez e quello che resta
Quando compare il Rifugio Puez, a 2.475 metri, non è solo un punto di arrivo. È una presenza che rompe la monotonia della pietra, quasi fuori posto ma allo stesso tempo necessaria. Dopo ore di cammino, diventa un riferimento concreto dentro un ambiente che tende a cancellare i riferimenti.
Da lì lo sguardo si apre sulle grandi masse dolomitiche: Sassolungo, Gruppo del Sella, le cime verso la Val Badia. È un panorama ampio, ma quello che resta davvero non è solo la vista. È la sensazione di aver attraversato qualcosa di diverso, non tanto per la difficoltà, quanto per il modo in cui il paesaggio ti accompagna e poi ti cambia sotto i piedi.
Scendendo, spesso si ha l’impressione che il tratto “lunare” sia stato più breve di quanto fosse davvero. Forse perché lascia una traccia diversa, meno immediata. E mentre il verde torna a riempire lo sguardo, quella distesa di roccia continua a restare lì, come se non fosse mai stata davvero lasciata alle spalle.
Dolomiti, il trekking “lunare” del Puez - reteriservealpiledrensi.tn.it






