Chi non comunica i redditi entro la scadenza indicata dall’INPS potrebbe perdere prestazioni e trovarsi a restituire migliaia di euro
Il 28 febbraio 2026 non è solo una scadenza burocratica. Per oltre 680.000 pensionati italiani, rappresenta un punto critico che potrebbe tradursi nella sospensione immediata di prestazioni economiche legate alla pensione e in richieste di rimborso per somme considerate non dovute. L’allarme arriva direttamente dall’INPS, che ha individuato una platea di beneficiari che non ha ancora trasmesso il modello RED, ossia il documento che serve per aggiornare i redditi percepiti nel corso del 2023.
Il sistema previdenziale italiano, lo sappiamo, prevede assegni e integrazioni condizionati alla situazione reddituale del singolo. Se i dati non vengono comunicati, l’Istituto blocca tutto per cautela. E se non riceve aggiornamenti, procede anche a richiedere la restituzione degli importi precedentemente versati. Una prassi automatica, ma non sempre compresa da chi – spesso per motivi anagrafici o digitali – fatica a usare i servizi online o non riceve le notifiche necessarie.
Quali prestazioni si bloccano senza il RED e perché i pensionati rischiano cifre importanti
A finire nel mirino sono soprattutto le integrazioni collegate al trattamento minimo, le maggiorazioni sociali, gli assegni per il nucleo familiare e la quattordicesima mensilità. Si tratta di somme che, in molti casi, costituiscono una parte fondamentale dell’entrata mensile, e che spesso fanno la differenza tra una pensione sufficiente e una condizione di difficoltà.
La procedura è chiara: chi ha ricevuto prestazioni legate al reddito deve dimostrare, ogni anno, di essere ancora in possesso dei requisiti. Se non lo fa entro la scadenza – che per l’anno in corso è fissata al 28 febbraio 2026 – l’INPS interrompe l’erogazione, in attesa della regolarizzazione. Ma non si limita a questo. Può avviare anche il recupero delle somme erogate negli anni precedenti, ipotizzando che fossero non spettanti.

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In passato, questa situazione ha generato casi concreti di debiti improvvisi, con pensionati che si sono ritrovati a dover restituire cifre consistenti, senza aver avuto piena consapevolezza delle implicazioni legate alla mancata dichiarazione. I dati INPS evidenziano che una parte significativa dei soggetti a rischio ha più di 75 anni, spesso vive sola e non ha dimestichezza con SPID, CIE, o con i canali digitali dell’ente.
Questo rende l’adempimento più complicato del previsto. Non è solo un problema di accesso al sito, ma una questione di alfabetizzazione digitale. Lo Stato ha avviato da tempo un processo di digitalizzazione dei servizi, ma se non è accompagnato da supporti fisici e intermediari affidabili, rischia di lasciare fuori proprio chi dovrebbe essere protetto.
Le videoguide dell’INPS non bastano se mancano i canali fisici di aiuto
Per facilitare la compilazione del modello RED, l’INPS ha lanciato un sistema di videoguide interattive, accessibili tramite l’Area MyINPS, l’app IO, o l’applicazione ufficiale INPS Mobile. I video, disponibili anche attraverso i messaggi di sollecito inviati agli utenti, spiegano in modo dettagliato cosa inserire, come accedere al modulo precompilato, e come inviarlo.
È una delle misure previste anche nell’ambito del PNRR, che ha destinato fondi alla semplificazione dei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. L’obiettivo è quello di trasformare una procedura complicata in un percorso visivo e semplificato. I primi numeri sembrano incoraggianti: negli ultimi due anni, il tasso di compilazione online del RED è salito dal 4,2% al 7,59%.
Ma resta un valore basso rispetto alla totalità. Questo dimostra che, pur essendo uno strumento utile, la videoguida non può bastare da sola, soprattutto per una fascia anagrafica che richiede presenza, ascolto e accompagnamento. I CAF, i patronati e le sedi INPS fisiche restano fondamentali, ma spesso non riescono a rispondere a tutte le richieste, soprattutto nei periodi di picco.
Il rischio, concreto, è che una scadenza non compresa o mal comunicata si trasformi in una penalizzazione sociale per chi non ha colpe, se non quella di non essere nato digitale. Anche il linguaggio utilizzato nei messaggi automatici o nei portali non aiuta sempre. In molti casi, non è nemmeno chiaro che il termine del 28 febbraio sia perentorio e vincolante, e che i servizi legati alla pensione possano essere sospesi per mesi fino a nuova comunicazione.
In questo quadro, servono interventi strutturali. Non basta dire che lo strumento è disponibile. Bisogna garantire che tutti possano davvero usarlo. E per farlo, il sistema deve tenere conto dei tempi, delle competenze, e anche della realtà sociale in cui vive chi, ogni mese, riceve una pensione da cui dipende il proprio equilibrio.
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